De Chirico, gli archeologi e la visione dell’antico

Se qualcuno vi parlasse della Grecia, onestamente, a cosa pensereste?

Vi verrebbero in mente dapprima le rovine del Partenone sull’Acropoli di Atene, poi le grandi strutture del santuario di Delfi, per finire con la grande scultura, come la Venere di Milo, il Discobolo o il Lacoonte.

E come vi immaginereste l’atmosfera durante la vita dell’Atene periclea del V sec. a.C.?

Probabilmente come un mondo ameno, rilassato, dove i filosofi si riuniscono a cerchio ad ogni angolo della città per disquisire sulle loro teorie. Niente sarebbe più lontano dalla realtà (durante l’età di Pericle vi fu la Guerra del Peloponneso ed una terribile pestilenza). Ma questa è l’idea che la Grecia è riuscita a tramandare di sé nell’immaginario collettivo: un Paese le cui vestigia del passato tradiscono un’ipotetica e non meglio definita Età dell’oro dell’Antichità.

Uno degli artisti italiani che ha riportato nelle sue opere al meglio il suo attaccamento alla Grecia ed al suo patrimonio artistico è sicuramente Giorgio de Chirico.

Nato a Volos, capitale della Tessaglia, nel 1888, da padre ingegnere ferroviario e madre aristocratica, Giorgio de Chirico passò i primi diciassette anni della sua vita in Grecia, tornando in Italia solo nel 1906. Frequentò diverse città europee nella sua formazione come pittore (seguendo dapprima la corrente artistica del Surrealismo, successivamente abbracciando la pittura Metafisica), ma la Grecia rimase sempre nel suo cuore. Fu così che nacque quello che Giorgio definì un vero “soggetto metafisico”: gli Archeologi.

L’archeologo”, come inteso dal pittore metafisico, non è ovviamente un uomo in carne ed ossa: piuttosto una sagoma, un manichino senza tempo, rappresentato singolarmente o in coppia, le cui membra appaiono colme di statue, capitelli, trame di paesaggi con elementi architettonici di Età Classica, acquedotti. Ciò che i manichini-archeologi riportano sulla tela sono i sogni di de Chirico, gli stralci della sua memoria, della sua gioventù greca, che viene idealizzata e mitizzata come un’età dell’oro, ormai per sempre perduta. Dal 1927, fino alla fine dei giorni dell’artista, morto a Roma nel 1978, numerose opere (addirittura una scultura) riportano come soggetto gli “archeologi” o comunque si possono notare strascichi di paesaggio greco, in un’atmosfera quasi onirica, inseriti nei più disparati quadri.

Certo è che, guardando i quadri di Giorgio de Chirico, come archeologi, sorge una domanda spontanea: quanto riusciamo, per la gioia di tutti, a riportare alla luce un ipotetico mondo migliore del nostro? A noi, personalmente, viene voglia di scavare ancor di più.

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