William Kentridge e l’elogio dell’effimero: “TRIUMPHS AND LAMENTS”

Non molti romani sanno che l’artista sudafricano William Kantridge l’anno scorso era a Roma per presentare la sua rivoluzionaria opera artistica: “TRIUMPHS AND LAMENTS”. L’opera è stata inaugurata giovedì 21 aprile 2015, in occasione del plurimillenario Natale di Roma. Grazie al contributo dell’associazione onlus TEVERETERNO e al patrocinio del comune di Roma.

Tutto questo sparirà, è un inno alla provvisorietà

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Spariranno dai muraglioni in travertino che corrono da Ponte Sisto a Ponte Mazzini i cesari, i soldati romani e il loro prigionieri, Mastroianni e la Ekberg. “ TRIUMPHS AND LAMENTS ” è un fregio di centocinquanta metri, con un’ottantina di figure, alte anche dieci metri, che si stagliano  nel contrasto tra il nero e il bianco. Come lo stesso Kentridge afferma: << Nulla è stato aggiunto alle mura del Tevere. Tutto è stato realizzato pulendo selettivamente lo sporco del tempo. In tre o quattro anni , batteri , vegetazione ed inquinamento prevarranno di nuovo >>.
La storia sprofonderà nell’oscurità, perché tutto a che fare con la perdita della memoria. L’opera è troppo grande per poter sopravvivere alla più imponente grandezza della storia.

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La grande storia che Kentridge ha voluto raccontare e che si srotola come fosse un “film”, sulla riva destra del Tevere, non ha nessun ordine cronologico. Pasolini, la Lupa e Romolo e Remo compaiono l’uno accanto all’altro. Apparentemente lontani tra loro nel tempo, invece, dialogano nel presente e si raccontano a chi ora li osserva. L’artista ha operato una scelta selettiva della storia, da un punto di vista personale, indagando a fondo anche i rilievi della Colonna Traiana. Tra i personaggi del mondo contemporaneo ha citato Aldo Moro e voluto ricordare anche Giordana Masi( studentessa uccisa, da un agente in borghese, durante una manifestazione del 1977). Ha riproposto molti personaggi chiave della storia, al di fuori dello spazio che li ha sempre caratterizzati. La scena cult de la “Dolce vita” di Fellini non si svolge più alla Fontana di Trevi, ma in una vasca. Storie vicine e lontane, come l’immagine delle vedove di Lampedusa, con tutto il dramma odierno, che piangono la morte in mare dei propri mariti.
L’effimero di una grandiosa opera che per sua stessa natura è destinata a scomparire, per lasciare spazio ad altre guerre da raccontare. Una storia che non celebra solo i trionfi ma soprattutto le sconfitte e i lamenti. I cadaveri della storia raccontano tanto di Remo quanto di Pasolini. Imperatori, papi, Mussolini, i migranti sono schierati, come a combattere, di nuovo, tutti insieme.

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La tecnica è quella più classica e antica del fregio, dove l’artista dimostra bene di saper padroneggiare il mezzo artistico. Perizia e meticolosità che fanno di quest’opera un vero capolavoro, studiato e meditato a fondo, come testimoniato da numerosi disegni e schizzi preparatori. Può definirsi la più importante opera d’arte pubblica che Roma conosca dall’inizio del XXI secolo. Un’opera che ha rischiato di non venire alla luce, nonostante fosse in auge da più di quindici anni, per una burocrazia ostile.

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Articolo di Rossella Mercurio per Archeo Café

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